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La Biennale e il tempo presente

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Venezia, dal 9 maggio al 22 novembre 2026

La Biennale e il tempo presente

di ROBERTO BRUNELLI

autore di “Dopo Luca. La critica d’Arte italiana dopo Beatrice”

Arte, politica, padiglioni nazionali e fragilità dei sistemi culturali contemporanei

La Biennale 2026

Ogni grande manifestazione culturale, prima o poi, è costretta a confrontarsi con il proprio tempo. La Biennale di Venezia non fa eccezione. Nata come spazio dedicato alla ricerca artistica e alla sperimentazione, oggi appare sempre più attraversata da questioni politiche, culturali e sociali che vanno oltre le opere esposte. Negli ultimi anni il dibattito sulla presenza dei Paesi partecipanti, sul ruolo dei padiglioni nazionali e sul significato politico della rappresentazione culturale è diventato parte integrante della manifestazione stessa.

La domanda centrale è quindi inevitabile: fino a che punto è corretto giudicare artisti e opere attraverso le scelte politiche degli Stati che li rappresentano? È davvero possibile separare la produzione artistica dal contesto storico e istituzionale in cui nasce?

Il problema non riguarda soltanto il mondo dell’arte. Anche nello sport il rapporto tra individuo e potere politico si è rivelato spesso complesso. Per molto tempo si è sostenuto che gli atleti dovessero essere distinti dai governi delle proprie nazioni, ma la storia dimostra quanto questa separazione sia fragile. Il gesto di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 rimane una delle immagini più potenti del Novecento: due atleti che, durante la premiazione, trasformano un evento sportivo in un atto politico universale contro la discriminazione razziale. In quell’istante lo sport cessa di essere percepito come neutrale e diventa storia, conflitto e presa di posizione.

Il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico (Peter Norman AP Photo/File)

Lo stesso accade nell’arte contemporanea. Ai Weiwei ha costruito gran parte della propria ricerca in aperto confronto con il potere politico cinese, mentre il collettivo Pussy Riot ha utilizzato la performance come forma diretta di opposizione al potere statale. In entrambi i casi sarebbe impossibile comprendere pienamente le opere ignorando il contesto che le ha generate. L’arte non nasce mai nel vuoto: riflette il tempo, le tensioni e le contraddizioni della società in cui prende forma.

Forse è proprio questa tensione irrisolta a rendere ancora oggi la Biennale un luogo necessario: non soltanto una mostra internazionale, ma uno spazio in cui diventano visibili i conflitti culturali e politici del presente.

L’edizione attuale si sviluppa attorno al progetto ideato dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025, alla quale il lavoro è stato dedicato nel rispetto delle linee da lei tracciate. Il titolo In Minor Keys suggerisce un percorso costruito più sul dialogo e sulle relazioni che su una visione unica e dominante. Accanto alla mostra internazionale rimane centrale il sistema dei padiglioni nazionali, che continua però a rappresentare uno degli aspetti più controversi della manifestazione. Alcune recenti controversie legate ai premi hanno infatti mostrato quanto il rapporto tra arte e politica rimanga ancora delicato.

A questo punto emerge una domanda ancora più radicale: se un artista trasformasse consapevolmente la propria opera in propaganda politica, il pubblico sarebbe davvero incapace di riconoscerlo? Spesso si tende a immaginare gli spettatori come figure passive e facilmente influenzabili, ma questa visione appare riduttiva. Chi osserva partecipa sempre alla costruzione del significato di un’opera: l’interpretazione nasce dal confronto tra ciò che l’artista propone e ciò che il pubblico conosce, percepisce e pensa.

Questa riflessione riguarda anche il funzionamento del sistema artistico contemporaneo. Per la prima volta dalla nascita della Biennale, nel 1895, la mostra internazionale non include artisti italiani tra gli invitati. Naturalmente gli artisti italiani continuano a essere rappresentati dal Padiglione Italia, ma la loro assenza dallo spazio curatoriale centrale assume comunque un valore simbolico significativo. Il problema non riguarda il talento dei singoli artisti, bensì la capacità del sistema culturale italiano di occupare gli spazi internazionali in cui oggi si costruiscono visibilità e autorevolezza.

Il parallelo con il calcio appare significativo. Una nazionale può possedere giocatori di qualità, ma senza organizzazione, continuità e progettualità difficilmente riesce a rimanere competitiva ai massimi livelli. Allo stesso modo, anche nel sistema artistico italiano emergono spesso figure di grande valore individuale che però non riescono a tradursi in una struttura culturale solida e riconoscibile nel tempo. Quando il successo dipende soltanto da poche eccezioni, il rischio è quello di confondere episodi isolati con la reale forza di un sistema.

A mio avviso, un contesto culturale maturo non si misura soltanto attraverso il talento dei singoli, ma soprattutto nella capacità di creare continuità, relazioni e occasioni di crescita. Quando un’assenza o una difficoltà si ripetono nel tempo, non è più il singolo caso a dover essere interpretato, ma il sistema che lo produce.

Nonostante queste tensioni, la Biennale continua a essere uno dei principali luoghi internazionali di confronto artistico. Durante i mesi della manifestazione, Venezia si trasforma in uno spazio interamente attraversato dall’arte contemporanea. Ai Giardini, il Padiglione della Svizzera dal titolo The Unfinished Business of Living Together affronta i temi della convivenza, della rappresentazione pubblica e dell’identità attraverso materiali audiovisivi e documentari, mentre nel Padiglione della Spagna l’artista Oriol Vilanova riflette sul rapporto tra immagini, memoria e archivi.

Los restos di Oriol Vilanova, Padiglione Spagna

Di particolare interesse anche Diario Veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov con gli abitanti di Venezia. Il progetto, esposto al Padiglione Venezia, raccoglie testimonianze e memorie di cittadini veneziani appartenenti a generazioni ed esperienze differenti, trasformando la città non in semplice immagine simbolica, ma in uno spazio costruito dalle vite quotidiane di chi la attraversa. Più che proporre una rappresentazione monumentale di Venezia, il lavoro sembra riflettere sul rapporto tra memoria privata, esperienza collettiva e trasformazioni della città contemporanea.

All’Arsenale, il Padiglione dell’Argentina costruisce ambienti instabili e visionari, in cui il paesaggio sembra nascere direttamente dalla materia.

Monitor Yin Yang di Matías Duville, Padiglione Argentina

Altrettanto significativa anche la rete di mostre e progetti disseminati negli spazi veneziani che trasformano la città in un unico sistema espositivo, tanto vasto da rendere spesso insufficiente il tempo a disposizione del pubblico. Tra gli appuntamenti più significativi emergono le esposizioni a Punta della Dogana, dedicate ai lavori di Lorna Simpson e Paulo Nazareth, insieme ai percorsi della Collezione Peggy Guggenheim, che mostrano il ruolo fondamentale del collezionismo nella costruzione delle reti artistiche internazionali. Significative anche le mostre Turandot: To the Daughters of the East a Palazzo Franchetti, Transforming Energy di Marina Abramović alla Galleria dell’Accademia e l’ampia retrospettiva dedicata ad Alighiero Boetti ospitata allo SMAC in Piazza San Marco.

In una dimensione più diffusa e urbana si inserisce anche Marea di Melissa McGill, progetto sviluppato in collaborazione con i residenti di Corte Nova, che riflette sul rapporto tra comunità, spazio pubblico e fragilità dell’equilibrio veneziano contemporaneo.

Marea di Melissa McGill

Proprio questa straordinaria concentrazione di eventi porta infine a riflettere su un aspetto concreto: il tempo della fruizione. Durante la Biennale, soprattutto nei giorni della preview, l’offerta culturale è talmente ampia da risultare quasi impossibile da attraversare completamente. Si potrebbe allora immaginare, almeno in alcune giornate, un’estensione serale straordinaria delle aperture: una sorta di notte dell’arte contemporanea capace di valorizzare ancora di più il carattere diffuso della manifestazione.

È forse questa la forza più autentica della Biennale: non limitarsi a esporre opere, ma trasformare un’intera città in uno spazio di confronto culturale, politico e umano. In un’epoca segnata da conflitti, polarizzazioni e crisi della comunicazione, luoghi come questo continuano a ricordare che l’arte non offre soluzioni semplici, ma rende visibili le domande fondamentali del presente.

Nido di Gabbiano, 6 maggio 2026, Venezia, Giardini della Biennale

Anche una semplice immagine incontrata ai Giardini finisce, in fondo, per restituire il senso più profondo di questa Biennale. Un gabbiano che protegge il proprio nido al centro del percorso espositivo, circondato da una struttura provvisoria costruita per preservarne lo spazio, mentre attorno continuano a scorrere visitatori, opere, eventi e discussioni. Una presenza minima, quasi accidentale, eppure capace di interrompere per un momento il ritmo stesso della manifestazione.

In una Biennale attraversata da conflitti politici, questioni identitarie e riflessioni sul rapporto tra individuo e sistema, quell’immagine sembra riportare tutto a una dimensione più essenziale: la fragile convivenza tra presenza umana, natura e spazio condiviso. Non un’opera, ma forse uno degli episodi più emblematici di questi giorni veneziani. Perché ricorda come, anche dentro la più grande macchina culturale internazionale, continui a esistere qualcosa che sfugge alla programmazione, alla rappresentazione e al controllo.

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