Disuguaglianze a tavola: troppo o troppo poco. Le contraddizioni del cibo che divorano il pianeta. Torna la quarta edizione di Yeast Photo Festival “(N)ever Enough”. Ospite d’onore Martin Parr con una mostra personale di oltre 60 immagini dedicate alla società dei consumi e un talk in programma venerdì 26 settembre
© Lucas Foglia – A Natural Order Lunea
Nel mondo di oggi, si può morire di fame non perché il cibo manca, ma perché viene negato. A Gaza, come in Sudan, la fame è strumento di guerra. Altrove, è la conseguenza di sistemi economici spietati, di logiche estrattive che devastano territori ed esseri umani. Mentre una parte del mondo spreca, ce n’è un’altra che sopravvive. Mentre la produzione alimentare genera profitto, milioni di persone restano escluse dal piatto.
È da questa contraddizione che parte la quarta edizione di Yeast Photo Festival intitolata (N)ever Enough. Un’indagine fotografica che, attraverso diversi progetti internazionali, mette in discussione la retorica del benessere e mostra il lato oscuro dell’alimentazione globale: dalla fame usata come arma, al riconoscimento facciale applicato alle mucche; dallo sfruttamento agricolo nel Mediterraneo al miele come metafora della memoria; dai riti familiari interrotti al potere salvifico di una torta sbagliata.
La fame come arma. Il cibo come specchio sociale. Il corpo come reliquia. Le tecnologie che osservano, archiviano, tracciano. I 14 progetti in mostra a Yeast Photo Festival compongono un atlante visivo del nostro tempo, dove il cibo è il punto di partenza per indagare ingiustizie, identità, tecnologia e potere.
In questa quarta edizione i fotografi si confrontano con un presente frammentato e diseguale, restituendo immagini che denunciano, interrogano e lasciano spazio a nuove visioni del pianeta. Ogni progetto è una tessera di un mosaico, che attraversa paesi, culture, archivi e paesaggi.
I PROGETTI FOTOGRAFICI IN MOSTRA
Il grande fotografo britannico Martin Parr sarà presente a Matino (25 settembre – 9 novembre), negli spazi di Palazzo dei Marchesi del Tufo, con “Snack It!”: più di 60 fotografie in cui Parr – maestro della fotografia contemporanea e sguardo ironico sulla società globale – trasforma il cibo in un atlante visivo delle nostre abitudini, dei nostri eccessi e delle nostre ossessioni quotidiane. “Snack It!” è un banchetto per gli occhi, che condensa decenni di osservazioni sui rituali, i gusti e le stranezze della vita di tutti i giorni.
Se Parr documenta l’istante del consumo nella sua banalità grottesca, Blake Little lo sospende nell’eternità del miele. In “Preservation”, infatti il fotografo americano immerge i suoi soggetti nel miele, congelandoli in una condizione iconica e senza tempo. Corpi dolcissimi, sgocciolanti, che si fanno scultura e allegoria.
Con “Across the Ocean”, l’artista vietnamita Hiền Hoàng, vincitrice del Premio IRINOX SAVE THE FOOD, affronta invece il tema della diaspora e dello stereotipo. Partendo dalle lettere scritte dalla zia emigrata in Germania Est nel 1988, costruisce tableaux performativi e immagini distorte che raccontano la tensione tra “buon immigrato” e resistenza culturale. È una fotografia che lavora per stratificazioni, che smonta le forme imposte e ne crea di nuove: counter-images contro le narrazioni dominanti, nello sforzo di restituire complessità alle identità asiatiche in Europa.
L’impatto ambientale del nostro sistema alimentare è trattato frontalmente da Klaus Pichler con “One Third”, una serie fotografica che trasforma il cibo scaduto in nature morte visionarie. Ironico e crudele al tempo stesso, il progetto mette in scena l’assurdità dello spreco globale, mentre milioni di persone soffrono la fame.
Con “War on the Nile – Fragmented Sudan”, il fotoreporter irlandese Ivor Prickett, vincitore del Premio Pulitzer 2025 con il team del New York Times, documenta una delle crisi umanitarie più gravi e rimosse del nostro tempo. In Sudan, dove oltre otto milioni di persone sono in fuga, la fame viene usata come arma. Le sue immagini restituiscono visibilità e umanità a chi sopravvive ogni giorno in condizioni estreme, mostrando con chiarezza che il cibo, oggi, è questione di giustizia.
“I N S C T S” di Umberto Diecinove ribalta la prospettiva di Klaus Pichler esplorando l’allevamento di insetti come pratica rigenerativa. Realizzato in Colombia, il progetto intreccia immagini, documentario e podcast per raccontare relazioni interspecie, valorizzando la capacità degli insetti di trasformare scarti in risorse. Curato da Eleonora Schianchi, vincitrice dell’Open Call under 35 di Yeast, “I N S C T S” propone una visione ecologica e politica del cibo come forma di interdipendenza, cura e autonomia.
© Martin Parr – Gallipoli
E’ la tensione tra lingua, memoria e affetti familiari ad attraversare “Ingrediente pentru un tort de miere cu dragoste” di Sara Lepore. Tutto nasce da un equivoco linguistico: una lettera d’amore che si rivela un ricettario, una torta di miele che diventa torta di mele. Questo errore affettuoso diventa innesco per un viaggio in Romania, tra zie, silenzi, gesti e incomprensioni. È un progetto sull’eredità materna, sulla perdita della lingua e sulla possibilità di creare intimità anche senza parole. Una riflessione delicata e potente sull’identità come impasto di assenze e radici.
Il tema della sostenibilità torna in “A Natural Order” di Lucas Foglia, reportage sulla vita off-grid nel sud-est degli Stati Uniti. Qui, famiglie che coltivano il proprio cibo, costruiscono le case con materiali locali e mantengono un legame selettivo con la tecnologia, offrono un’alternativa radicale alla società dei consumi.
Dalla natura abitata di Lucas Foglia come atto di indipendenza, si approda alla natura decifrata da Sara Scanderebech come fosse un codice segreto, dove ogni frammento diventa indizio per interpretare il presente. Nel progetto commissionato da Yeast Photo Festival, la fotografa procede come se ogni immagine fosse la risposta a una domanda urgente, non sempre detta: una foglia, la pelle di un animale, un frammento di corpo diventano segni che spostano il senso di ciò che vediamo. Nei suoi lavori la realtà non è mai registrata passivamente, ma sezionata, trasformata, messa alla prova, in un equilibrio tra attrazione e distanza. Non cerca di fermare il tempo: interroga ciò che ha davanti per scoprire cosa può diventare oltre la sua forma.
© Flavio & Frank – Buone Mani
Nell’iper-modernità si colloca invece il lavoro di Dániel Szalai, che in “Unleash Your Herd’s Potential” sposta l’attenzione dal corpo umano a quello animale, interrogando la relazione tra natura, tecnologia e “capitalismo della sorveglianza”. L’artista ungherese racconta l’allevamento di precisione attraverso un sistema di riconoscimento facciale per mucche, che rende i corpi “nuvole di dati”. L’astrazione digitale viene spezzata da oggetti tangibili: blocchi di sali minerali leccati dagli animali si trasformano in sculture organiche, testimoni silenziosi di un mondo iper-controllato. Una nuova iconografia bucolica del XXI secolo, sospesa tra biopolitica e resistenza.
Non solo mucche-dati. La logica estrattiva è la stessa che riduce ogni vita a risorsa. In “The Island Within the Island”, Melissa Carnemolla indaga infatti con sguardo poetico e politico la fascia trasformata della Sicilia sud-orientale, 9.000 ettari di serre dove legalità e sfruttamento si confondono. Le sue immagini rivelano un sistema che, pur dentro i confini europei, opera su logiche estrattive, sfruttando terra e persone per alimentare un’idea malata di benessere. Curato da Maria Ghetti (vincitrice dell’ Open Call over 35), il progetto restituisce dignità a chi lavora nell’ombra e invita a ripensare il prezzo reale del cibo che consumiamo.
© Blake Little – Preservation_Catherine_Main
Con “Buone Mani” il duo FLAVIO&FRANK racconta la città di Galatina attraverso il gesto che più di ogni altro custodisce la sua identità: quello delle mani. Mani che impastano, modellano, tramandano una tradizione gastronomica che dal Pasticciotto – nato qui quasi tre secoli fa e divenuto simbolo internazionale del Salento si estende ai prodotti PAT (Prodotto Alimentare Tradizionale) che ancora resistono al tempo. Il progetto ritrae alcuni degli eredi di questa ricca tradizione e le nuove generazioni che tra innovazione e memoria, continuano a fare della manualità artigiana la misura della qualità. Il progetto è stato commissionato dal Comune di Galatina.
Dal tavolo di cucina al vagone ristorante, il cibo continua a farsi racconto. In “Taste & Track”, il curatore e storico francese Artur Mettetal esplora trent’anni di viaggi in treno tra Italia e Francia, costruendo un diario visivo che intreccia architettura mobile, geografie personali e cultura materiale. Il design standardizzato delle carrozze, le stoviglie in plastica rigida, le mappe ferroviarie e i pasti serviti a bordo diventano indizi di uno stile di vita in trasformazione. Realizzato in collaborazione con l’Orient Express Endowment Fund e presentato per la prima volta in Italia, il progetto restituisce al viaggio su rotaia il suo valore simbolico: non solo spostamento, ma spazio di osservazione, appartenenza e memoria. In equilibrio tra archivio e storytelling, la mostra ci ricorda che anche un panino incartato o un menù stampato possono raccontare il tempo che passa, le relazioni che cambiano, i paesaggi che attraversiamo.
© Daniel Szalai – 9785 Standing 2021 from the series Unleash Your Herd s Potential


