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La Biennale che non è una chiesa: arte, comunità e spazio pubblico nella regione della Ruhr

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di Roberto Brunelli

La Biennale che non è una chiesa: arte, comunità e spazio pubblico nella regione della Ruhr

Mentre la Biennale di Venezia si interroga sul rapporto tra arte, politica e rappresentazione, Manifesta 16 sceglie di misurarsi direttamente con il territorio: nella Ruhr dodici chiese diventano spazi per ripensare memoria, identità e nuove forme di socialità

di Roberto Brunelli
autore di “Dopo Luca. La critica d’Arte italiana dopo Beatrice”

Esistono manifestazioni artistiche in cui le opere, per quanto significative, costituiscono soltanto una parte del discorso. Il vero tema emerge altrove: nel rapporto che la rassegna instaura con il territorio, con le istituzioni, con le trasformazioni silenziose della società. La Biennale di Venezia del 2026 sembra interrogarsi soprattutto su questo equilibrio, mettendo al centro il rapporto tra produzione artistica, rappresentazione politica e funzione culturale. Manifesta, fin dalla sua nascita nel 1996, ha scelto invece di trasformare tale interrogativo nel proprio metodo di lavoro, rifiutando una sede fissa e adottando una vocazione nomade che la porta a confrontarsi ogni due anni con una realtà urbana differente. La sedicesima edizione, allestita nella regione della Ruhr fino al 4 ottobre, porta questa impostazione alle sue conseguenze più radicali.

Il titolo, This is not a church, chiarisce immediatamente il punto di partenza. Non si tratta di riflettere sull’architettura religiosa in quanto tale, bensì sul destino di edifici che per decenni hanno rappresentato il cuore della vita collettiva e che oggi, venuta meno la loro funzione originaria, chiedono di essere ripensati. Dalle consultazioni con residenti e associazioni è emersa soprattutto l’esigenza di restituire agli edifici una funzione quotidiana: luoghi in cui incontrarsi, condividere attività e ricostruire forme di socialità ormai indebolite.

La questione supera ampiamente il tema della conservazione del patrimonio. In Germania, come in molti altri Paesi europei, migliaia di chiese rischiano di essere dismesse nei prossimi anni a causa del progressivo calo della pratica religiosa. Secondo le stime richiamate dagli organizzatori, oltre ventimila edifici religiosi potrebbero perdere la loro funzione entro il prossimo decennio. Il problema non è marginale: riguarda il futuro di interi quartieri, il paesaggio urbano, la memoria collettiva. Che cosa diventeranno questi edifici? Quale ruolo potranno svolgere all’interno di comunità profondamente cambiate rispetto a quelle che li avevano generati?

La risposta proposta da Manifesta non consiste nella semplice occupazione artistica degli spazi. La biennale utilizza dodici chiese costruite nel secondo dopoguerra, distribuite tra Duisburg, Essen, Bochum e Gelsenkirchen, come luoghi di sperimentazione sociale oltre che culturale. Più di cento artisti e collettivi sono stati invitati a confrontarsi non soltanto con gli edifici, ma con le persone che vivono quotidianamente quei quartieri. La scelta di coinvolgere artisti provenienti da circa trenta Paesi, con una forte presenza tedesca, polacca e turca, non è casuale: rispecchia la storia migratoria della Ruhr, fatta di lavoratori ospiti arrivati dal Sud Europa e dalla Turchia.

Wilhelm Sasnal, Coal, 2024

Memoria materiale e trasformazioni sociali

Il confronto con Venezia nasce quasi spontaneamente. Anche la Biennale italiana riflette sul rapporto tra arte e contesto, ma lo fa prevalentemente attraverso le categorie della rappresentazione nazionale, delle identità e della politica culturale. Nella Ruhr, invece, il punto di partenza è estremamente concreto. Le architetture non sono metafore: sono edifici reali, costruiti durante la ricostruzione del dopoguerra per accompagnare la crescita di nuovi quartieri operai e oggi diventati il simbolo di un diverso passaggio storico.

Molte di queste chiese appartengono alla stagione del brutalismo e furono progettate come luoghi di prossimità, facilmente raggiungibili dagli abitanti del quartiere. Erano le cosiddette Pantoffelkirchen, chiese in cui si poteva andare in pantofole, pensate per essere vicine alle case e alla vita quotidiana. Oggi raccontano una vicenda diversa: la secolarizzazione della società europea, il tramonto dell’economia industriale tradizionale e la trasformazione demografica prodotta dalle migrazioni.

In questo senso Manifesta assume inevitabilmente una dimensione politica, anche senza adottare una retorica militante. L’obiettivo dichiarato è comprendere quali funzioni possano risultare realmente utili alle comunità locali. Più che imporre un modello culturale, la biennale cerca di costruire un dialogo con il territorio, individuando nuove possibilità d’uso per edifici destinati altrimenti all’abbandono. Anche in questo caso torna una questione che attraversa molte grandi manifestazioni internazionali: il valore di un progetto culturale si misura meno nella spettacolarità dell’evento che nella capacità di produrre relazioni durature.

Wilhelm Sasnal, Wielka plyta - Plattenbau, 2000

L’arte come processo

Le opere presentate nelle dodici chiese seguono direzioni differenti, ma condividono una medesima domanda: come può uno spazio perdere la propria funzione originaria senza perdere significato? In alcuni casi gli artisti intervengono direttamente sull’organizzazione simbolica dell’edificio, trasformando elementi tradizionali dell’arredo liturgico in dispositivi di riflessione civile.

A Essen, nella chiesa di St. Gertrude, l’artista Nasan Tur ha capovolto i banchi, trasformandoli in torri verticali sulle quali compaiono brevi esortazioni dedicate all’apertura, alla libertà e alla convivenza. Un gesto semplice, che ribalta la gerarchia dello spazio sacro e lo restituisce alla parola e al desiderio individuale. In altri casi, l’attenzione si concentra sulla memoria delle comunità migranti che hanno contribuito alla storia della Ruhr, restituendo visibilità a vicende rimaste ai margini del racconto pubblico. La Thomaskirche di Gelsenkirchen è stata rinominata in onore di Hava Güleç, una lavoratrice immigrata turca, e trasformata in un salotto domestico, mentre la St. Bonifatius è stata intitolata a Ferdane Satır, uccisa in un attentato razzista nel 1984. In questo caso, l’arte non si limita a occupare uno spazio, ma lo riconfigura come luogo di memoria civica.

Ne deriva un’idea di arte che rinuncia all’eccezionalità dell’evento per privilegiare la costruzione di relazioni. Le installazioni non pretendono di offrire soluzioni definitive ai problemi della convivenza contemporanea; piuttosto rendono visibili tensioni che attraversano la società europea: appartenenza, inclusione, memoria, trasformazione urbana. Alcuni osservatori hanno evidenziato come molte opere privilegino la dimensione documentaria rispetto a quella sperimentale. È un’osservazione condivisibile solo in parte: proprio questa scelta restituisce con efficacia il carattere irrisolto delle trasformazioni che attraversano la Ruhr. L’edificio non costituisce uno sfondo neutrale, ma diventa parte integrante del lavoro artistico.

Nasan Tur, Elevation, 2026

Un territorio invece di una città

Rispetto alla Biennale di Venezia, Manifesta propone inoltre un’esperienza profondamente diversa dal punto di vista della fruizione. Non esiste un unico centro espositivo facilmente percorribile. La mostra coincide con un territorio policentrico, obbligando il visitatore a spostarsi tra città diverse e ad attraversare quartieri che normalmente rimarrebbero esclusi dagli itinerari culturali. Questa frammentazione non rappresenta un limite organizzativo, ma una precisa scelta progettuale. Visitare Manifesta significa confrontarsi con la geografia della Ruhr, con la sua storia industriale e con le trasformazioni che continuano a ridefinirne l’identità.

In questo consiste, probabilmente, l’aspetto più convincente della manifestazione. Le chiese non vengono semplicemente conservate come testimonianze del passato né trasformate in scenografie per l’arte contemporanea. Diventano laboratori nei quali immaginare nuove forme di utilizzo pubblico: biblioteche, spazi civici, sale per attività culturali, luoghi di incontro o strutture dedicate allo sport e alla socialità, come nel caso della St. Josef di Gelsenkirchen, dove un semplice campo da basket è diventato il progetto più partecipato e richiesto dalla comunità.

Cabosanroque, Fail Lourder, 2026

Forme del presente

L’insieme di queste riflessioni conduce anche a una considerazione molto concreta, che accomuna le grandi manifestazioni contemporanee: il tempo della fruizione. Anche il modo in cui queste manifestazioni vengono attraversate dal pubblico diventa parte del loro significato. Venezia concentra in pochi mesi una densità di eventi difficilmente assimilabile nella sua interezza; la Ruhr, al contrario, impone tempi lenti e spostamenti continui, quasi un pellegrinaggio laico tra edifici che un tempo erano pensati come tappe di un percorso spirituale.

Se Venezia continua a interrogarsi sulle modalità di fruizione di una manifestazione sempre più estesa e complessa, Manifesta concentra invece la propria attenzione sullo spazio condiviso e sulla possibilità di restituire nuove funzioni a ciò che sembrava destinato a perdere significato. In un’Europa attraversata da profonde trasformazioni sociali e politiche, questa prospettiva appare forse il contributo più interessante della sedicesima edizione: ricordare che l’arte può ancora offrire occasioni di confronto civile, non tanto attraverso risposte definitive, quanto creando le condizioni perché una comunità possa immaginare il proprio futuro.

È in questa difficoltà, in questo scarto tra l’architettura e il suo utilizzo, che si cela il senso più profondo di Manifesta 16: non una mostra, ma un dispositivo per imparare a vedere ciò che sta diventando invisibile nelle nostre città, e per chiedersi, insieme ai suoi abitanti, cosa possa nascere al suo posto.

Le chiese di Manifesta non chiedono di essere salvate. Chiedono soltanto di tornare a servire una comunità.

Mehtap Baydu, The Distance Between Me and Everything Elese, 2022

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