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Piccola fuori e grande dentro: sessant’anni in MINI

Il 2 agosto del 1959 la British Motor Corporation lanciava una delle macchine  più amate di tutti i tempi. Con i suoi 303 cm di lunghezza, ha riscosso fin da subito un successo clamoroso. Intervista a Francesco Marziali, fondatore del Mini Owners Club


di Domizia Dalia


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La Mini, una delle macchine più amate di tutti i tempi, compie sessant’anni e sembra proprio non sentirli. Lanciata il 2 Agosto del 1959 dalla British Motor Corporation questa utilitaria è stata creata per consumare poco dall’ingegnere britannico Alec Issigonis. Fin da subito è stato un successo clamoroso e i motivi della sua fortuna sono stati diversi. Per prima cosa le due idee vincenti messe a punto dal suo inventore: il motore anteriore trasversale e la trazione anteriore, caratteristiche innovative negli anni Sessanta e ancora oggi attuali, che hanno permesso  a quest’auto lunga poco più di tre metri  – 303 cm per la precisione – di essere “piccola fuori e grande dentro”. Il secondo motivo si riconduce al grande fermento culturale e sociale che ha mosso intere generazioni durante tutta la decade degli anni Sessanta, inglobando il mondo della moda e della musica. Proprio i protagonisti di questa rivoluzione come i Beatles, la stilista Mary Quant, la modella Twiggy hanno scelto la Mini come automobile personale facendola diventare di fatto uno status symbol.
Dal primo modello del 1959, si sono succedute case di produzione e varianti – la mini, infatti, si è allungata, è diventata pick-up, si è aperta ai lati ed è stata prodotta anche in edizioni lussuose e limitate; ha cambiato cilindrata diventando sportiva o addirittura Minor 850 – caratteristiche che hanno reso quest’auto un oggetto da collezione ricercato e apprezzato in moltissimi Paesi. Scopriamo il mondo della Mini insieme a Francesco Marziali, fiorentino classe 1972, collezionista atipico, considerato tra i maggiori esperti in Italia. Fondatore del Mini Owners Club realtà italiana, riconosciuta ufficialmente dalla case madre attuale, la tedesca BMW.
Con soddisfazione ed orgoglio Francesco illustra i modelli chiave e più apprezzati dai collezionisti e invita tutti gli appassionati al raduno mondiale IMM che Firenze ospiterà nel 2021.


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Francesco, lei è uno dei fondatori del club di Mini più importante d’Italia, ha creato il registro ufficiale italiano delle Mini e crede molto nel fatto che un collezionista di questa macchina debba essere attivo, amante dei raduni e capace di trovare nel club la sua massima espressione. Nonostante questa sua visione molti collezionisti desiderano solo circondarsi di decine e decine di modelli. Cosa non può mancare in una collezione di Mini che si rispetti?
Possono essere molti i fattori che caratterizzano una raccolta perché di Mini nel corso dei suoi sessant’anni di vita ne sono state prodotte tantissime in diversi modelli e spesso con customizzazioni particolari. Gli esemplari a cui un collezionista solitamente non rinuncia, sono: La Mini Moke, una vettura aperta ai lati creata inizialmente per l’esercito inglese, leggera per essere paracadutata; modello che successivamente ha trovato una sua clientela nei posti di mare. Oggi non è facile da reperire soprattutto in buono stato, infatti richiede spesso restauri importanti. Si tratta di un modello talmente particolare che nel mondo esistono dei club dedicati solo alle Moke. Un altro esemplare da inserire è la Mini Cooper prodotta in Italia dalla Innocenti all’inizio degli anni Settanta; una Mini a mio avviso tra le più belle, capace di coniugare perfettamente la classe dell’auto inglese al design di alta qualità italiano.
Non può mancare anche la Mini prodotta dalla Rover negli anni Novanta, spesso utilizzata dai collezionisti per girare in città ed infine, la Mini Clubman, tornata in auge negli ultimi anni.
Tra le Clubman il modello GT è di sicuro il più ambito e oggi il suo valore sfiora anche i 30mila euro, se in buone condizioni. Non nego che quest’ultima rimane anche un mio sogno.



Ha citato la Mini prodotta dalla Innocenti in Italia, come mai quest’auto inglese è stata prodotta anche nel nostro Paese?
È molto importante sapere che dopo il successo la Mini ha cominciato ad essere richiesta nel mondo. Così la General Motors ha deciso di vendere la licenza a numerose case automobilistiche. Ognuna utilizzava il telaio base e il motore inglese, ma si concedeva la libertà di creare dei modelli di Mini con delle varianti. Per esempio quella prodotta a Milano dalla Innocenti ha un design perfetto con un cruscotto meraviglioso a sei strumenti.
Essendo così bella difficilmente chi la trova decide di modificarla e per questo è molto amata dai collezionisti che privilegiano le Mini “pure”. Vendere alle fabbriche locali è stata un’operazione molto intelligente anche perché era più conveniente rispetto al trasporto. Persino l’Australia e il Giappone hanno prodotto le loro Mini, addirittura con cambio automatico e aria condizionata, per adattarsi agli usi locali. Io, invece, rimango un amante delle Mini Inglesi.

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Ovvero?
Quelle prodotte in Inghilterra. Inizialmente le case produttrici erano due: la Austin e la Morris che realizzavano sia modelli standard sia versioni deluxe.
Successivamente, negli anni Novanta, la Mini è stata prodotta dal gruppo Rover per poi passare definitivamente alla tedesca BMW.

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Già nel 1960 e nel 1961 arrivano le versioni familiari…
Sì, fin da subito la Mini è stata rielaborata per andare incontro alle differenti esigenze di mercato.
Si trovano diversi modelli di familiari tra tutti la Mini Van è sicuramente la più ricercata, poiché rara; così come la Mini Pick-up, una Van con cassone aperto.
Il 1961 è anche l’anno in cui per la prima volta la Mini è stata proposta con il tettino verniciato con un colore differente dal resto della carrozzeria, dettaglio molto apprezzato che ha visto nascere diverse varianti.

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Molti collezionisti amano però le mini “pure”, ovvero i modelli integri così come venivano pensati dall’azienda…
Esattamente. Essendoci state molte varianti e molte personalizzazioni non sono facili da reperire.
Un altro discorso importante che divide i collezionisti è lo stato di conservazione.
Molti come me prediligono macchine conservate e non restaurate; ovvero il più possibile integre. Una Mini riverniciata, per esempio, perde di valore rispetto ad una originale.
Non molti anni fa è stata ritrovata in un pollaio nel West Sussex una Mini della
primissima serie del 1959, un’auto messa subito all’asta. Sono davvero così introvabili?
Sì rarissime, quasi impossibili da recuperare. Mi viene in mente, però, anche un altro modello molto prezioso: la Mini Cooper S della Morris con una quotazione tra i 20 e i 30 mila euro. Meno cara, ma altrettanto ricercata è la Mini Minor 850, caratterizzata proprio dalla cilindrata inferiore rispetto alla 1000 e alla 1300.  

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La tenuta di strada e nelle curve, hanno reso quest’auto una macchina da corsa. Forse il suo successo è dovuto anche alle numerose partecipazioni a rally importanti come quello di Monte Carlo?
Assolutamente sì, già nel 1961 la Mini inizia la sua carriera agonistica, John Cooper, già costruttore di vetture di Formula 1, ha montato un motore 997cc da 56 cv su una Mini classica trasformandola in un’automobile da corsa.
Il primo successo al rally di Monte Carlo è stato nel ’64, e ne seguirono altri.

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Per i sessant’anni la BMW ha lanciato un modello da collezione, così come è avvenuto per i precedenti anniversari importanti. Queste auto sono ricercate dai collezionisti?
In realtà non hanno un gran valore a meno che non si tratti di casi particolari. Conosco un collezionista che possiede una Mini uscita per il quarantesimo compleanno, perfetta ancora da immatricolare.
Tra le Mini anniversario le più rare sono quelle messe in commercio per il venticinquesimo compleanno. Ma c’è da sottolineare che il mercato collezionistico si evolve con gli anni, quindi quello che è meno appetibile oggi potrebbe diventare molto ricercato domani.

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