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Remo Bianco. Il ricercatore solitario

A Milano, Museo del Novecento, 70 opere dell’artista ripercorrono le fasi della sua ricerca e ne rappresentano i percorsi di vita e di lavoro. Dal 5 luglio al 5 ottobre 2019 


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PARTICOLARE DI: Tableau doré – Senza titolo 1957 - Trittico. Tecnica mista e foglia d’oro su tela  - Cm 65 x 117  - N. Archivio: FRB1606 - Museo del 900, Milano

Il Museo del Novecento continua l’ attività di ricerca sulla Seconda metà del Novecento con la mostra Remo Bianco. Le impronte della memorie. L’esposizione presenta oltre 70 opere dell’artista, ripercorrendo le fasi della sua ricerca e rappresentandone i percorsi di vita e di lavoro, intrecciati in un flusso di straordinaria energia creativa. 

Nella Milano del boom economico, in un’atmosfera culturalmente ed economicamente produttiva, il giovane Remo Bianco conosce e frequenta il grande pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sarà una vita da “ricercatore solitario”, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia. Questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’ha reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta si collocano le prime Impronte, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, ad esempio, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi. L’intento dell’artista è quello di recuperare “le cose più umili che di solito vanno perdute”, come esprime nel Manifesto dell’Arte Improntale del 1956



Risalgono all’inizio degli anni Cinquanta anche i Sacchettini - Testimonianze, realizzati assemblando oggetti di poco valore - monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti - in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale. Dello stesso periodo sono anche le prime opere tridimensionali – i 3D, mentre la serie dei Collages, va dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta in seguito a un viaggio di Bianco negli Stati Uniti. Al 1957 risalgono i primi Tableaux Dorés, che costituiscono uno dei cicli più noti dell’artista, oltre che il più duraturo. A partire dal 1965 l’artista dà vita ad alcune opere racchiuse sotto la definizione di “Arte sovrastrutturale” che, mediante un atto di “appropriazione artistica” di oggetti, cose e persone, esprimono l’esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realtà.

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PARTICOLARE DI: Modelle con abiti 3D disegnati da Remo Bianco al vernissage della mostra personale dell’artista alla Galleria Zen, Brescia, 1966.

I Quadri parlanti, esposti per la prima volta nel 1974, sono invece tele sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore...” dove Bianco si auto-ritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità. L’inserimento della voce umana rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro. Il tema è il bisogno di dialogare con il pubblico, trasformando la tela non più nel teatro della rappresentazione, ma nel luogo dell’ascolto e, soprattutto, del ricordo, punto focale di gran parte del percorso dell’artista. 


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PARTICOLARE DI: 3D -  Senza titolo, 1970 c. - cm 43,4 x 43,4 x 6  - L’opera è composta da 3 strati sagomati, 2 in plexiglas e l’ultimo in legno. - N. archivio: FRB1929 - Collezione Koelliker, inv. LKRB0206


•LA MOSTRA: “Remo Bianco. Le impronte della memoria” - MILANO, Museo del Novecento - dal 5 luglio al 5 ottobre 2019 - INFO: tel.  02.88444061 - www.museodelnovecento.org

 

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